Orientare un programma politico sull’innovazione tecnologica significa oggi anche ampliare le vedute del welfare e rivedere il concetto stesso di “bisogno” legato all’essere umano.
Nell’economia della conoscenza i beni immateriali (composti essenzialmente da beni relazionali, beni intellettuali e da servizi) assumono un peso sempre maggiore: questi beni sottostanno a leggi economiche diverse ontologicamente da quelle dei beni materiali (economia del prodotto), fondate essenzialmente sull’economia dello scambio, l’acquisizione e la trasmissione di know how, le spiccate competenze in comunicazione ed ICT, bisogna inoltre misurarsi con una forma di capitalismo maturo in grado di produrre
ricchezza senza redistribuire ricchezza attraverso i salari, deteriorando l’equilibrio fra offerta e sostenimento della domanda che l’apparato del welfare aveva mantenuto.
La narrazione operaista e sindacalista, basata sulla difesa del reddito da lavoro e dei contratti nazionali, mostra il suo limite strutturale di fronte ai problemi crescenti del precariato e di quel nuovo blocco sociale che individua i cosiddetti “lavoratori della conoscenza”, che potranno essere affrontati solo attraverso un ripensamento radicale della strategia, dei valori e dei paradigmi fino ad oggi presi in considerazione. Non si tratta solo di una sfida economica, ma di una sfida culturale, identificabile con la ricostruzione di un nuovo patto sociale proprio a partire dalle pratiche, dai valori e dagli orizzonti che la terza rivoluzione industriale ha ormai imposto. L’uomo si trova forse ora di fronte alla possibilità tangibile di autonomizzarsi dalla produzione dell’oggetto materiale, di manipolare come mai prima la realtà usando semplicemente il linguaggio del software, contesto nel quale la discriminante nella capacità di produrre valore aggiunto si ritrova in know how e capacità comunicativa (produrre informazione, essere in rete, creare “community”), con uno spazio sempre maggiore al concetto di “mente” e della "struttura che connette" del pensiero ecologista (Gregory Bateson, Edgar Morin), andando oltre la logica inerziale di un modello in agonia che cerca di imporre una "scarsità artificiale", come bene ha sottolineato Stefano Rodotà.
Una scarsita’ artificiale che si esemplifica nella questione dei brevetti, come se fosse possibile misurare il potenziale di innovazione di un’azienda, o peggio di una universita’ attraverso il numero di brevetti che riesce a sfornare. Questo a reso naturale la barbara idea che l’unico modo di inventivare l’innovazione e la ricerca fosse di privatizzarle, riconoscendo la proprieta’ privata anche sulle idee.
Cosi’ la ricerca di base, con regole competitive paragonabili ad una sorta di “mercato” ma basate sulla condivisione delle idee, rischia di trovarsi senza possibilita’ di sviluppo: denaro al posto di crescita
della conoscenza, uno scambio che noi non apprezziamo.
Il sapere e’ una risorsa economica, sempre di piu’ la risorsa economica, e ha la straordinaria peculiarita’ di non essere scarso, chi lo possiede puo’ trasmetterlo infinite volte senza perderne la piena disponibilita’.
Ogni forma di proprietarizzazione della conoscenza lede la possibilita’ che la stessa si sviluppi, procurando introiti sostanzialmente modesti come ci dice Benkler in “Science”, le universita’ americane ottwngono dai brevetti tra lo 0,5 e il 2% rispetti ai finanziamenti complessivi alla ricerca.
Anche i piu’ ferventi ammiratori dei brevetti li definiscono un male necessario e non e’ raro vedere come i diritti proprietari su una invenzione non sono utilizzati per ottenere profitti e promuovere l’innovazione, ma al contrario per bloccare la ricerca in quel campo impedendo lo sviluppo di una linea di ricerca per ottenerne un vantaggio competitivo, e’ una logica che non possiamo piu’ permetterci.
L’impatto concreto del free software, che rappresenta una valida alternativa tenologicamente competitiva e giuridicamente sostenibile ha aperto la strada a questi ragionamenti, e’ necessario che questo modello venga rapidamente esportato alle scienze e alla tecnologia, anche e soprattutto grazie all’intervento della politica.